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SCRIVERE, TESTIMONIARE

di STEFANO ZAMPIERI

                                            

Un nuovo inizio

C'è stata, negli ultimi dieci anni, una forma di liberazione collettiva. D'improvviso una immensa quantità di materiale legato alla memoria del lager, all'esperienza della deportazione e dello sterminio, al dramma dell'olocausto, è stata sottratta al nostro oblio e riportata alla luce. Le ragioni di un così lungo silenzio vanno forse cercate nel tentativo di rimuovere una esperienza troppo forte, troppo violenta, capace di mettere in discussione radicalmente le nostre certezze di uomini occidentali e per questo profondamente inquietante.

Ma è un dato: quanti uomini hanno sentito la necessità di raccontare quell'evento dopo averlo vissuto e di farlo in modo che esso restasse, circolasse, diventasse di pubblico dominio, entrasse nella nostra cultura. Levi, Celan, Antelme, Wiesel, Améry, Bettelheim, Nelly Sachs e tanti altri hanno lasciato una traccia, perché si ripartisse di lì per operare un nuovo inizio. Per molti anni la nostra cultura ha rifiutato l'offerta, di fronte a tante straordinarie esperienze ha chiuso gli occhi ed ha volto altrove lo sguardo più impegnata nel dimenticare che non nel ricordare.

Per fortuna la letteratura (la scrittura, l'arte), ha in sé la capacità di restare, oltre l'oblio che l'uomo impone. Di fronte ad una necessità storica, il ritornare della stessa violenza immane, ma anche di fronte ad un paradosso della democrazia che a furia di scordare, di cancellare, sembra oggi offrire, quasi fosse una vittoria della propria libertà e della propria indulgenza, una sorta di libera scelta, quasi fosse possibile in base ai principi di libertà e di tolleranza essere indifferentemente razzisti, nazisti, antisemiti...

Allora, torniamo a pensare. Il libro, il film, ci aiutano e ci accompagnano.

Le radici

Un artista che ha dedicato al tema dell'Olocausto gran parte della sua opera, così riassume il senso profondo della sua testimonianza: "al di là degli assassinii, dei massacri e delle rovine, sotto l'ammasso di pietre o la stratificazione dei corpi, coloro che si accanirono sulle radici se arrivarono a bruciare e a disboscare migliaia di foreste, a massacrare orrendamente milioni di arbusti e cinque milioni di alberi, non è stato in loro potere di strappare le radici" [André Elbaz].

Questa metafora, della radice dell'umano che nessuna violenza può mai veramente strappare per quanto si sforzi di farlo, è certamente tra le più immediate quando si voglia comprendere il senso del lavoro artistico di fronte all'evento spaventoso. L'arte, in altre parole, non può che assumersi questo compito, di rivelare la radice indistruttibile dell'umano, ciò che resiste al peso smisurato della violenza.

Non si tratta semplicemente di rappresentare, perché questo è sempre troppo poco, la rappresentazione della violenza o è insufficiente o è connivente, si tratta piuttosto di trovare quel punto in cui appaiono le radici, continuiamo pure a chiamarle così, dell'umano. In questo senso l'arte assume su di sé un compito estremo, antropologico potremmo dire.

"La risposta all'orrore è la testimonianza; ma la testimonianza non può che prendere la forma del racconto, e una forma di racconto è sempre e comunque l'espressione di una ricerca letteraria." Così Asor Rosa.

La letteratura

La letteratura, dunque, racconta la nostra esistenza che diventa storia, nel momento in cui si fa storia. Ogni evento, ogni individuo, ogni sentimento, strappato alla particolarità quotidiana di chi l'ha vissuto, diventa un discorso comune, parola di tutti perché a tutti appartiene, perché ognuno ha il diritto di far proprie quelle parole, di riviverle come se le avesse vissute realmente, di riprovare quelle sensazioni come se gli fossero appartenute fin dall'inizio.

La letteratura ha questa forza straordinaria, di rendere comune quel che è privato, di mettere a disposizione di tutti quel che altrimenti resterebbe muta esperienza individuale. Ma non è tutto.

La letteratura è la nostra memoria. Non soltanto perché essa ricorda al di là dei tempi quel che noi non potremmo ricordare, quel che, venuti meno i protagonisti, non sapremmo più come rendere vero, ma soprattutto perché essa ci offre una memoria carica di sapienza, di passioni, di emozioni, non un archivio di dati ordinatamente raccolti, ma un paesaggio vario e complesso, ove i monumenti si susseguono e le tracce di quel che è stato, ora grandi, ora piccole, ora di indistruttibile pesantezza, ora di inconsistenti leggerezze, sono lì a disposizione di chi voglia intraprendere questo cammino.

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