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L’INDICE DEI LIBRI DEL MESE, N. 9, p. 10

 

La luce del risentimento

di Ermanno Vitale

 

Guia Risari

JEAN AMÉRY. IL RISENTIMENTO COME MORALE

pp. 158, euro 16,50,Franco Angeli, Milano 2002.

 

In un film recentemente trasmesso dalla Rai, La guerra è finita, l’eroe eponimo è un giovane ufficiale della X Mas. La vicenda, che non mette qui conto raccontare, ne esalta la tempra morale e al tempo stesso la coerenza ideologica in tempi difficili, quei venti mesi e oltre che vanno dall’8 settembre ai giorni successivi alla Liberazione. Egli non tradisce ad un posto di blocco il suo migliore amico divenuto partigiano: costui invece, dopo il 25 aprile, solo a seguito di un ripensamento lo aiuta a fuggire all’estero, dopo aver in un primo momento tentato di sbarazzarsi di lui, favorendone l’omicidio. In tutto il film, l’ufficiale non pronuncia mai una parola chiara di reale pentimento, né sembra sfiorarlo la consapevolezza di esser stato strumento di coloro che hanno provocato la più terribile eclisse della ragione nella storia, o almeno della storia contemporanea: prevale la morale virilmente fascista dell’ “andare fino in fondo”, insieme al senso comune della “sporca guerra” come male metafisico, eterno ed ineluttabile.

  Certo, è solo un mediocre film che inventa una storia particolare: e come tale potrebbe anche essere verosimile. Ma l’intento pedagogico generale è lampante. L’ “abisso morale”, come avrebbe detto Améry, fra vittime e carnefici è d’un tratto colmato: al carnefice non si richiede di provare quella profonda vergogna che prelude ad un sincero pentimento. Addirittura, si mostra in filigrana la superiore coerenza ed integrità dell’uomo fascista. Revisionismo, dunque, non solo e non tanto come rovesciamento di centottanta gradi nell’interpretazione dei fatti, ma anche come riaffermazione – carsica e sfrontata al tempo stesso – di una superiorità antropologica ed etica della vittima sul carnefice. Della morale dei signori sulla morale degli schiavi.

  Contro questa viscida e impudente insinuazione, contro la riconciliazione a buon mercato che di fatto irride alle vittime, non resta altro antidoto che la morale del risentimento. Ecco perché abbiamo ancora – anzi: più che mai – bisogno di tornare a riflettere su e con Jean Améry, come ci invita a fare Guia Risari, sviluppando proprio dall’analisi del risentimento la sua interessante monografia sull’autore di Intellettuale ad Auschwitz. Se per molti filosofi (Nietzsche, Scheler, Weber, i francofortesi) il risentimento è alla fine una condizione in qualche misura patologica, per Améry è invece tutt’altro che una malattia morale: è un multiforme moto dell’animo, che consente di conservare e rivivere la memoria dell’offesa senza offuscare l’uso della ragione critica, anzi costituendone il viatico. “Ripensare un passato che si è subito, per imposizione altrui – scrive Risari – diviene l’unico modo di agire e pensare moralmente nel presente. Il risentimento è una sorta di fiamma, alimentata dalle forze vitali più intime e per questo corrosivo. Ma se sospende la tranquilla luce del giorno, crea intorno a sé un alone di calore e di luminosità intensissimi” (p. 40). Questo alone e questa luminosità dovrebbero indurci a pensare pervicacemente che “per avere valore, la richiesta di inversione del tempo e di moralizzazione della storia deve provenire da entrambi gli schieramenti, non solo dai sopraffatti” (p. 42): essi paiono però destinati, nel giudizio disperatamente pessimistico dello stesso Améry, a spegnersi presto, annegati nella corrente insensata del fluire storico.

  Il terzo e ultimo capitolo della monografia (Revisione della vita) è dedicato, a mio giudizio con qualche forzatura, alla declinazione del “risentimento” come meditazione sia sull’invecchiamento e sul suicidio sia sulla vita dalla prospettiva dell’avvicinarsi della sua (volontaria) conclusione. Al suo interno, ritengo tuttavia degne di nota le pagine conclusive, dedicate al commento della corrosiva rivisitazione che Amèry ha offerto del capolavoro di Flaubert, riabilitandone nel romanzo Charles Bovary, medico di campagna la vera vittima: non Emma, ma appunto Charles, l’uomo ridiculus perché imbelle, il raté per eccellenza.

 

 


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